Nel girone A della serie C, quello del nord per intenderci, ogni anno ci sono più di 100 partite con meno di mille spettatori e spesso con meno di 500, praticamente 1 partita su 4. Nell’ultima di campionato di serie B ci sono state tre partite con meno di 5 mila spettatori e mentre il calcio dei palazzi perde spettatori in TV e svuota gli stadi di provincia, la periferia dimenticata dai vertici della FIGC e della Lega calcio continua a fare numeri da capogiro.

I 6.000 spettatori dell’Eccellenza siciliana dell’altra sera nella partita fra Akragas e Marsala 1912 dovrebbero rappresentare un patrimonio del nostro calcio e, invece, rimangono lo specchio di un Paese capovolto.

I dati più recenti parlano chiaro: il calcio di vertice italiano sta vivendo una silenziosa ma inesorabile emorragia. Tra stadi freddi e un netto calo degli spettatori televisivi sulle piattaforme pay-tv, le categorie inferiori della piramide nazionale, dalla Serie B a scendere, faticano sempre più a riempire i propri settori. Il tifoso medio appare anestetizzato da prezzi folli, calendari spezzatino e un prodotto televisivo che ha perso la sua anima.

Poi, giri lo sguardo e guardi a Sud. Chilometri di distanza dai salotti della Lega Calcio, dai bottoni di comando della FIGC e ti ritrovi sugli spalti di una partita di Eccellenza Siciliana –la quinta serie calcistica– circondato da 6.000 spettatori urlanti. Cori, bandiere, famiglie allo stadio. Un’atmosfera da massima serie che certifica una verità innegabile: la fame di calcio genuino, in Sicilia, è più viva che mai.

Ma se il bacino d’utenza risponde con un amore viscerale, la realtà strutturale ed economica costringe le società siciliane e del sud in generale ad un vero e proprio calvario finanziario. Salire di categoria, o semplicemente mantenere la serie D o la serie C, è diventato un esercizio di puro equilibrismo, e finisce per diventare impossibile non fallire.

Il sistema attuale soffre di un’inflazione interna insostenibile per il territorio:

  • Pretese economiche sproporzionate: Anche nei Dilettanti, molti giocatori pretendono rimborsi spese e ingaggi da professionisti di fatto, senza che vi siano tutele o entrate strutturali a garantire i club.
  • Costi di gestione e logistica: Le trasferte per le squadre isolane costano il doppio rispetto a quelle del Nord, trasformando ogni campionato interregionale in un salasso per i presidenti-eroi locali.
  • Il cortocircuito dei patron: Senza un tessuto industriale massiccio alle spalle, le società siciliane si poggiano spesso sulle spalle di singoli imprenditori. Quando le richieste dei tesserati superano il limite e le entrate al botteghino non bastano più, il giocattolo si rompe, portando a fallimenti ciclici o dolorose rinunce.

Il tutto nel disinteresse più totale della Federazione verso questo patrimonio umano e sociale. La Federazione e la Lega Nazionale Dilettanti (LND) gestiscono il calcio con logiche burocratiche e centraliste, ignorando le specificità geopolitiche ed economiche del Mezzogiorno.

Invece di incentivare, defiscalizzare e supportare le piazze calde del Sud, che garantiscono ancora quel “colore”, quella passione, e quell’affluenza allo stadio, il sistema punisce quella che praticamente considera periferia con iscrizioni onerose, sanzioni rigide e zero tutele contro le speculazioni sui cartellini, non fa nulla per incentivare i giocatori a firmare con le squadre del sud e a ridurre i costi di gestione e di trasferte delle società. Ci si riempie la bocca di “calcio della gente”, che deve prevalere l’equità delle competizioni, ma nei fatti si preferisce tutelare i club aziendali senza tifosi piuttosto che piazze storiche capaci di muovere intere comunità.

Capisco che questo è ciò che vogliono i grandi club, tutti indebitati fino all’osso del collo, per via dei milioni buttati in contratti a giocatori e tecnici e procuratori e a cui interessa solo ridurre l’irpef sui contratti milionari piuttosto che fare una politica di sostegno per la passione del calcio-

Però Lega e Federazione non capiscono che stanno commettendo un errore strategico imperdonabile: tagliare le radici dell’albero sperando che i rami alti continuino a fare frutti. Se non si interviene per calmierare le pretese economiche nelle categorie dilettantistiche e se le istituzioni non sosterranno i club del sud con una reale politica di supporto, anche l’ultimo avamposto di passione genuina finirà per spegnersi. E a quel punto, il deserto negli stadi sarà totale e con essa finirà quel desiderio popolare che è la base dell’amore viscerale per il calcio.

Michelangelo Sala