
Seimila spettatori all’Esseneto, quattro gol, novanta minuti di battaglia e due tifoserie da categorie superiori. Akragas e Marsala ricordano a tutti quanto possa essere bello il calcio.
di Carmelo Ilario
Alcune serate vanno oltre il risultato. Serate in cui ti guardi attorno, osservi gli spalti, ascolti i cori e ti ricordi perché, tanti anni fa, ti sei innamorato di questo sport.
Ieri sera, allo stadio “Esseneto” di Agrigento, ho rivisto il calcio. Quello vero. Quello che profuma di passione, appartenenza, sacrificio e identità.
Seimila spettatori. Sì, seimila. Per una partita di Eccellenza. La quinta serie del calcio italiano, quella che troppo spesso viene raccontata come calcio minore. Minore rispetto a cosa, verrebbe da chiedersi?
Perché ad Agrigento di minore non c’era proprio nulla.
Non lo erano le due squadre, che si sono affrontate a viso aperto, senza risparmiarsi un centimetro di campo. Non lo erano i protagonisti, che hanno dato tutto fino all’ultimo pallone. E certamente non lo erano le due tifoserie, capaci di regalare uno spettacolo che tanti stadi di serie B, e forse anche di serie A, possono soltanto invidiare.
Akragas-Marsala è finita 2-2. Un pareggio giusto, al termine di una partita intensa, combattuta, tra due squadre che hanno dimostrato di avere tutte le carte in regola per lottare fino alla fine per la vittoria del campionato.
Ma il risultato, per una volta, non è la cosa più importante. La cosa più importante è quello che questa serata ci ha raccontato.
Ci ha raccontato che il calcio appartiene ancora alla gente. Che esistono città in cui una maglia non è soltanto una maglia, ma un pezzo di storia, un’eredità tramandata di padre in figlio, un sentimento che resiste alle retrocessioni, alle delusioni, ai fallimenti e alle promesse non mantenute.
Agrigento e Marsala sono due piazze che hanno conosciuto palcoscenici ben diversi. Due città che portano sulle spalle il peso della propria storia calcistica, ma che non hanno mai smesso di amare i propri colori.
E allora vedere seimila persone sugli spalti per una gara di Eccellenza dovrebbe far riflettere chi governa il nostro calcio.
Perché mentre il calcio professionistico sembra sempre più prigioniero dei diritti televisivi, degli algoritmi, degli interessi economici e delle logiche di mercato, quello dei dilettanti continua a custodire qualcosa che nessuna cifra potrà mai comprare: il senso di appartenenza.
Quello che spinge un tifoso a percorrere centinaia di chilometri per seguire la propria squadra. Quello che ti fa perdere la voce dopo un gol, soffrire per un’occasione mancata, abbracciare uno sconosciuto che indossa la tua stessa sciarpa.
Quello che ti fa tornare allo stadio la domenica successiva, anche dopo una sconfitta. Anche dopo l’ennesima delusione.
Perché una squadra può retrocedere, una società può fallire, una categoria può cambiare. Ma la passione di una tifoseria non retrocede mai.

Ieri sera, l’Esseneto ci ha regalato una fotografia meravigliosa di ciò che il calcio dovrebbe essere sempre: una festa popolare, un momento di aggregazione, un patrimonio collettivo.
E non voglio nemmeno cadere nella retorica del calcio di una volta, quello che sarebbe stato necessariamente più bello, più romantico, più autentico. Ogni epoca ha avuto i propri difetti e le proprie contraddizioni.
Ma una cosa è certa: il calcio, quando perde il contatto con la propria gente, perde la sua anima.
Ecco perché serate come quella di ieri andrebbero raccontate, celebrate, mostrate a chi pensa che tutto ciò che si trova lontano dai grandi palcoscenici non meriti attenzione.
Perché ieri, ad Agrigento, non ho visto semplicemente una partita di Eccellenza. Ho visto due città orgogliose della propria storia. Ho visto calciatori disposti a lottare su ogni pallone. Ho visto due tifoserie che, nonostante le categorie, continuano a comportarsi da grandi piazze. Ho visto il calcio che mi ha fatto innamorare da bambino, quello che mi ha accompagnato negli anni e che, nonostante tutto, continua a emozionarmi.
Akragas e Marsala si sono divise la posta in palio. Due gol per parte, un punto ciascuno e un campionato che promette di regalare ancora tante emozioni.
Ma se proprio dobbiamo trovare un vincitore, non ho dubbi. Ha vinto il calcio. Quello vero. Quello che non si misura con i milioni di euro, con gli abbonamenti televisivi o con il numero di follower. Ha vinto quello che si misura con i battiti del cuore.
E ieri sera, all’Esseneto, seimila cuori hanno battuto per novanta minuti. Per due maglie, per due città, per una passione che non conosce categorie. Perché il calcio sarà anche diventato un grande affare. Ma resta, prima di tutto, un grande amore.
E l’amore, quello vero, non conosce categorie.































