
19 ottobre 2013. Me lo ricordo ancora. La notizia della morte di Gigi Carducci lasciò un vuoto profondo nel mondo del calcio marsalese. Se ne andava un uomo che aveva fatto del pallone una ragione di vita, un allenatore capace di trasmettere molto più di semplici insegnamenti tecnici. Per tanti era stato un maestro, per altri un punto di riferimento, per tutti era semplicemente “il poeta” del calcio.
Sono trascorsi tredici anni dalla sua scomparsa, ma chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, di ascoltarlo parlare di calcio o di vederlo su una panchina difficilmente può averlo dimenticato.
«U pallune è n’atra cosa». Era una delle sue espressioni più caratteristiche. Poche parole, pronunciate con quella convinzione che apparteneva soltanto a chi il calcio lo conosceva davvero. Perché per Gigi il pallone non era soltanto tattica, corsa o risultato. Era tecnica, intelligenza, fantasia. Era qualcosa che andava compreso prima ancora che giocato.
Nato a Civitanova Marche il 2 marzo 1950, Luigi Carducci arrivò a Marsala nel dicembre del 1971, proveniente dalla squadra della sua città. Si fece apprezzare immediatamente per le sue qualità tecniche, andando a segno già all’esordio al Municipale contro la Leonzio, in una partita vinta dagli azzurri per 2-0. Nella stagione successiva fu tra i protagonisti della vittoria del campionato di Serie D, che riportò il Marsala in Serie C, categoria nella quale disputò le due stagioni successive.
Quello che doveva essere un capitolo della sua carriera divenne una storia d’amore con una città. Carducci si legò profondamente a Marsala, costruendo qui affetti, amicizie e una parte fondamentale della propria esistenza.
La carriera lo portò anche lontano, prima come calciatore e successivamente come allenatore, ma il legame con la città lilybetana non venne mai meno.
Il suo nome resta legato soprattutto a un’idea di calcio. Gigi amava i giocatori dotati di tecnica, quelli capaci di vedere una giocata prima degli altri, di accarezzare il pallone anziché limitarsi a calciarlo. Ma sapeva anche che il talento, da solo, non bastava: servivano educazione, rispetto, sacrificio e voglia di imparare.
Fu con questo spirito che si dedicò alla formazione dei più giovani, lavorando nella scuola calcio Garibaldina e diventando un punto di riferimento per tanti ragazzi marsalesi. Prima ancora di insegnare a giocare, cercava di insegnare a comportarsi.
Poi arrivò una delle pagine più importanti della sua carriera da allenatore.
Il 21 dicembre 1998 venne chiamato sulla panchina del Marsala in Serie C1, subentrando ad Agatino Cuttone. Gli azzurri attraversavano un momento complicato e avevano bisogno di ritrovare risultati e fiducia.
Era il Marsala di Massimo Gazzoli, Nino Barraco, Gaetano Calvaresi, del capitano Valerio Leto e di un giovanissimo Patrice Evra, che di lì a qualche anno avrebbe conquistato i palcoscenici più prestigiosi del calcio internazionale.
Con Gigi Carducci la squadra riuscì a risalire la classifica, senza tuttavia evitare i playout. La salvezza arrivò contro la Battipagliese, grazie alla vittoria per 1-0 in trasferta e al pareggio per 1-1 nella gara di ritorno.
Proprio Evra, nella sua autobiografia I Love This Game, ha ricordato Carducci come un allenatore capace di alternare rimproveri e sorrisi, ma soprattutto come l’uomo che gli diede fiducia e l’opportunità di debuttare tra i professionisti. Un riconoscimento che racconta molto del mister, anche nella sua dimensione umana.
Eppure, ridurre Gigi Carducci alla salvezza in Serie C1 sarebbe ingeneroso.
La sua eredità più importante è probabilmente quella lasciata nei campi delle scuole calcio, tra bambini e adolescenti ai quali cercava di trasmettere la propria passione. Generazioni di ragazzi sono cresciute ascoltando i suoi consigli, i suoi rimproveri, le sue battute e quelle osservazioni sul calcio che soltanto lui sapeva fare.
Non sorprende, allora, che nell’ottobre del 2013, durante il suo ultimo saluto nella chiesa di San Francesco, tra le immagini più commoventi ci fossero proprio le lacrime dei ragazzi che aveva allenato. E negli anni successivi la Primavera Marsala ha continuato a ricordarlo con manifestazioni e tornei dedicati alla sua memoria.

Oggi, in un calcio sempre più dominato dai numeri, dagli schemi, dalle statistiche e dalla ricerca esasperata del risultato, mi torna spesso in mente quella sua frase.
«U pallune è n’atra cosa».
Forse era il suo modo di ricordarci che si può conoscere ogni modulo, studiare ogni movimento, analizzare ogni avversario, ma senza sensibilità, talento e passione si rischia di perdere ciò che rende questo sport così straordinario.
E soprattutto che il calcio non è soltanto una questione di piedi, ma anche di testa e di cuore.

Tredici anni dopo, Gigi Carducci continua a vivere nei ricordi di chi lo ha conosciuto, di chi lo ha avuto come allenatore e di chi, semplicemente, si è fermato ad ascoltarlo parlare di pallone.
Perché ci sono allenatori che lasciano risultati, altri che lasciano trofei. E poi ci sono maestri che lasciano insegnamenti.
Gigi apparteneva a quest’ultima categoria.
E ogni volta che vedo un pallone trattato senza rispetto, una giocata semplice trasformata in qualcosa di inutilmente complicato o un ragazzo al quale si insegna soltanto a vincere, mi sembra ancora di sentirlo: «U pallune è n’atra cosa».
Ciao, maestro Gigi! Tredici anni dopo, avevi ragione tu.

Carmelo Ilario

































