Ci sono campioni che appartengono allo sport. E poi ce ne sono alcuni che, in qualche modo, appartengono a tutti.

Varenne era uno di questi.

Lo chiamavano โ€œIl Capitanoโ€ e oggi quel nome sembra ancora piรน bello, piรน giusto. Perchรฉ Varenne non รจ stato soltanto il piรน grande trottatore di tutti i tempi. รˆ stato il cavallo che, per milioni di italiani, entrava in casa attraverso lo schermo della televisione e per qualche minuto riusciva a farci dimenticare tutto il resto.

รˆ morto a 31 anni, nella notte, per un improvviso attacco cardiaco. E la notizia lascia quella strana sensazione che si prova quando se ne va qualcuno che, pur non avendolo mai conosciuto davvero, abbiamo sentito vicino.

Perchรฉ Varenne lo abbiamo visto correre.

Lo abbiamo visto partire, prendere posizione, allungare. Lo abbiamo visto affrontare le curve e poi cercare quel momento in cui sembrava che il resto del gruppo fosse improvvisamente diventato piccolo.

E soprattutto lo abbiamo visto vincere.

Parigi, Stoccolma, New York. Tre cittร , tre templi del trotto, una sola leggenda. Il Prix d’Amรฉrique conquistato nel 2001 e nel 2002, l’Elitloppet vinto per due volte, la Breeders Crown americana. E poi il Gran Premio Lotteria di Agnano, vinto tre volte consecutivamente tra il 2000 e il 2002.

Ma ridurre Varenne ai numeri sarebbe quasi un’ingiustizia.

Perchรฉ i numeri raccontano le vittorie, non raccontano le emozioni.

E Varenne di emozioni ne ha regalate tantissime.

Era il cavallo che poteva trasformare una normale giornata davanti alla televisione in un appuntamento da non perdere. Anche chi non conosceva perfettamente il mondo del trotto sapeva chi fosse. Bastava sentir pronunciare quel nome: Varenne.

E allora ci si fermava.

Davanti alla Tv, magari in famiglia, si aspettava la partenza. Poi quei minuti diventavano silenzio, tensione, speranza. E quando il Capitano prendeva la sua corsa, sembrava quasi impossibile che qualcuno potesse raggiungerlo.

Varenne non era semplicemente un animale da corsa. Come ha ricordato il suo storico manager Rolando Luzi, โ€œper noi non era solo un cavallo, ma un essere umanoโ€.

Una frase che forse spiega meglio di qualsiasi record perchรฉ oggi il mondo dell’ippica pianga cosรฌ profondamente.

Il Capitano ci ha lasciati a 31 anni, dopo aver festeggiato lo scorso maggio il suo compleanno e dopo aver trascorso l’ultima parte della sua vita all’allevamento LJ Stud Farm di Eboli.

Ma certe leggende non muoiono davvero.

Restano nelle immagini.

Restano nelle vittorie.

Restano nei racconti di chi le ha vissute.

E restano soprattutto nei ricordi di chi, tanti anni fa, accendeva la televisione e aspettava che quel cavallo scendesse in pista.

Oggi non ci sarร  una partenza da aspettare. Non ci sarร  un rettilineo finale da vivere con il fiato sospeso.

Ci sarร  soltanto il ricordo.

Quello di un cavallo che ci ha fatto sognare.

Addio Capitano.

Corri libero, Varenne.

Corri ancora.

E questa volta, per sempre.