“Pirlo non diventa commissario tecnico dell’Italia per un contratto di sponsorizzazione con un’azienda russa. E se quello sponsor fosse stato israeliano?”
ร una domanda che negli ultimi giorni ha acceso il dibattito sui social. Una domanda che, al di lร delle opinioni personali, merita una riflessione perchรฉ tocca un tema molto piรน grande di una semplice scelta tecnica.
Dopo il tramonto della candidatura di Andrea Pirlo, finita al centro delle polemiche per il suo rapporto commerciale con la societร russa di scommesse Fonbet, la FIGC ha deciso di affidare nuovamente la Nazionale a Roberto Mancini, l’uomo che aveva riportato l’Italia sul tetto d’Europa nel 2021. Una decisione maturata in un clima tutt’altro che sereno, nel quale le valutazioni tecniche si sono intrecciate con quelle politiche e reputazionali.
Ed รจ proprio questo il punto.
Per anni ci siamo raccontati che sport e politica dovessero rimanere separati. Che il campo fosse un luogo neutrale, nel quale a parlare dovessero essere soltanto il talento, il lavoro e i risultati. La realtร , perรฒ, racconta un’altra storia. Le Olimpiadi sono state boicottate per ragioni geopolitiche. Intere nazionali sono state escluse dalle competizioni internazionali. Mondiali ed Europei sono stati assegnati tra polemiche diplomatiche. Sponsor, testimonial e ambasciatori vengono ormai valutati non soltanto per il loro valore commerciale, ma anche per il messaggio che trasmettono. Il caso Pirlo รจ semplicemente l’ultimo episodio di una trasformazione iniziata da tempo. L’ex campione del mondo ha ribadito che il suo era un accordo esclusivamente commerciale, privo di qualsiasi significato politico. Eppure quel contratto รจ bastato a trasformare una scelta sportiva in un caso istituzionale. Da qui nasce inevitabilmente la domanda.
Se lo sponsor fosse stato di un altro Paese coinvolto in un conflitto internazionale, la reazione sarebbe stata la stessa? Se fosse stato israeliano? Americano? Cinese? Saudita?Non รจ possibile dare una risposta certa. Sarebbe soltanto un’ipotesi. Ma il fatto stesso che milioni di persone se lo chiedano dimostra quanto oggi i confini tra sport, politica, economia e diplomazia siano diventati sempre piรน sottili.Non si tratta di difendere Pirlo o di criticare Mancini, che torna sulla panchina azzurra con il difficile compito di rilanciare una Nazionale reduce da anni complicati. Si tratta, piuttosto, di interrogarsi sulla coerenza dei criteri con cui il mondo dello sport affronta determinate questioni.Perchรฉ se le valutazioni etiche diventano un elemento decisivo nella scelta di un commissario tecnico, allora รจ inevitabile che ci si domandi se quelle stesse valutazioni vengano applicate con lo stesso metro in ogni situazione. Lo sport non vive piรน in una bolla. Ogni grande evento รจ anche un evento politico. Ogni sponsor racconta un pezzo di mondo. Ogni scelta federale produce effetti che vanno ben oltre il rettangolo di gioco. Forse รจ arrivato il momento di smettere di ripetere che sport e politica non debbano incontrarsi. Perchรฉ la storia, i fatti e l’attualitร dimostrano esattamente il contrario.
La vera sfida, semmai, รจ un’altra: pretendere che, quando questi due mondi si incrociano, le regole siano trasparenti, coerenti e uguali per tutti.































