Stavolta il colpo arriva ancora piรน forte. Appena svegli e leggi della perdita di un altro grande del calcio di un tempo.

Perchรฉ Sandro Mazzola non era soltanto Sandro Mazzola.

Era uno di quei nomi che, pronunciati da soli, bastavano a evocare un mondo intero.

Mazzola. Rivera. Riva. Facchetti. Zoff. Baresi. Beccalossi.

Nomi che per quelli della nostra generazione non avevano bisogno di spiegazioni. Bastava sentirli e nella testa comparivano immediatamente un volto, una maglia, un campo, una partita.

E magari quella televisione davanti alla quale, da ragazzi, stavamo incollati la domenica.

Oggi Sandro Mazzola ci ha lasciati a 83 anni. L’Inter ha annunciato la sua scomparsa ricordandolo come uno dei piรน grandi calciatori della propria storia e del calcio italiano.

E la tristezza non รจ soltanto per la morte di un campione.ย  ย  ย รˆ per quello che la sua morte rappresenta.

Perchรฉ Mazzola รจ uno degli ultimi grandi simboli di un calcio che stiamo vedendo lentamente scomparire.

UNA MAGLIA, UNA VITA

Sandro Mazzola ha giocato tutta la sua carriera nell’Inter. Diciassette stagioni. Dal 1960 al 1977. Una sola maglia. Quella nerazzurra. Con quella maglia ha vinto quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, diventando uno dei volti della Grande Inter di Helenio Herrera.

Ma i numeri, oggi, contano relativamente.ย  Perchรฉ quello che rimane รจ il legame.

Quella sensazione che avevamo da ragazzi: che certi uomini fossero la loro squadra.

Mazzola era l’Inter.ย  Come Franco Baresi era il Milan.

E proprio Baresi, soltanto poche settimane fa, aveva lasciato un altro vuoto enorme. Una carriera interamente rossonera, dal 1978 al 1997, 15 stagioni da capitano e una maglia, la numero 6, diventata inseparabile dal suo nome.

Poi Evaristo Beccalossi.ย  ย Un altro nerazzurro entrato nella memoria collettiva. Il numero 10, il fantasista, l’uomo delle giocate imprevedibili. Sei stagioni all’Inter, uno Scudetto e una Coppa Italia, ma soprattutto un rapporto speciale con i tifosi che lo consideravano una vera bandiera.

E allora diventa inevitabile fermarsi un momento.

Perchรฉ non stiamo semplicemente perdendo dei grandi ex calciatori.ย  ย  Stiamo perdendo i protagonisti di un’epoca.

QUANDO IL CALCIO ENTRAVA IN CASA

Noi ragazzi di allora il calcio lo aspettavamo. Non potevamo averlo sempre. Non potevamo scegliere ogni partita.

Non avevamo mille canali, internet, streaming, social, notifiche sul telefonino. Avevamo la domenica. Avevamo la radio.

Avevamo la televisione. E avevamo quei campioni.Li guardavamo correre sullo schermo e magari provavamo a imitarli il giorno dopo, nel campetto sotto casa.

ย Qualcuno voleva essere Mazzola. Qualcun altro Rivera. C’era chi sognava di fare il portiere come Zoff e chi voleva difendere come Facchetti.

Il calcio non era ancora diventato quella gigantesca industria globale che conosciamo oggi.

Era piรน vicino. Piรน umano. E soprattutto aveva memoria.

LA MAGLIA NON ERA UN CONTRATTO

Forse la differenza piรน grande sta proprio qui.

Oggi siamo abituati a vedere campioni cambiare squadra, cittร  e maglia con una rapiditร  che allora sarebbe stata quasi inconcepibile.ย  Allora, invece, una maglia poteva accompagnare un’intera carriera.

Mazzola e l’Inter. Baresi e il Milan. Riva e il Cagliari. Facchetti e l’Inter. Rivera e il Milan.

Erano legami che superavano il contratto, il mercato, la stagione.ย  ย  Erano identitร .

Quando vedevi quel giocatore, vedevi la sua squadra.ย  Quando vedevi quella maglia, riconoscevi il suo uomo.

E forse รจ proprio questo che il calcio moderno, senza necessariamente volerlo, ha finito per estromettere.

Non il talento. Non lo spettacolo.ย  Ma l’appartenenza.

E POI ARRIVARONO GLI ADDII

Negli ultimi anni abbiamo salutato Gigi Riva. Abbiamo salutato Totรฒ Schillaci. Abbiamo salutato Bruno Pizzul, la voce che per tanti anni ci ha raccontato quel mondo.ย  Abbiamo salutato Evaristo Beccalossi.ย  Abbiamo salutato Franco Baresi.

E oggi salutiamo Sandro Mazzola.

Uno dopo l’altro, se ne stanno andando gli uomini che hanno popolato i nostri ricordi.

E ogni volta che succede, รจ come se qualcuno aprisse una vecchia scatola. Dentro trovi una fotografia. Una figurina.Una maglia. Un giornale.ย  ย E improvvisamente torni ragazzo.ย  ย Torni a quelle domeniche. A quel televisore. A quel pallone che sembrava enorme. A quelle partite che aspettavi per tutta la settimana.

FORSE รˆ QUESTO CHE CI MANCA

Non รจ nostalgia del calcio semplicemente perchรฉ era passato. รˆ nostalgia di come noi vivevamo il calcio.

Con meno possibilitร  e forse, proprio per questo, con piรน attesa.ย  Con meno immagini e forse con piรน fantasia.

Con meno campioni nelle nostre giornate e, proprio per questo, con la capacitร  di affezionarci profondamente a quelli che riuscivamo a vedere.

Mazzola non era una figurina qualsiasi. Era il Baffo.

Baresi non era soltanto un difensore. Era il Capitano.

Beccalossi non era soltanto un numero 10. Era il Becca.

Riva non era soltanto un attaccante. Era Rombo di Tuono.

Schillaci non era soltanto un centravanti. Era il nostroย  Totรฒ, quello delle Notti Magiche.

Erano soprannomi, volti, storie. Erano uomini prima ancora che personaggi.

CIAO SANDRO

E allora oggi, davanti alla notizia della morte di Sandro Mazzola, viene quasi naturale fermarsi.

Non servono troppe parole. Basta tornare con la memoria a quella televisione.

A quel ragazzo che guardava il calcio e non sapeva ancora che quei campioni sarebbero rimasti per sempre dentro di lui.

Un calcio che sembrava eterno.ย  E forse lo era davvero. Perchรฉ gli uomini se ne vanno. Le partite finiscono. Le maglie cambiano.ย  Ma certe emozioni rimangono.

E oggi, mentre Sandro Mazzola esce definitivamente dal campo, resta dentro di noi quel bambino che lo guardava correre sul televisore.ย  ย Quel bambino non sa nulla di mercato, plusvalenze, diritti televisivi o social.ย  Sa soltanto una cosa.

Che quando vedeva Mazzola con quella maglia nerazzurra, si sentiva felice anche se magari si tifava per un’altra squadra.

Ed รจ forse questo il modo piรน bello per ricordarlo.

Ciao Sandro.ย  Grazie per essere stato uno di quelli che ci hanno insegnato ad amare il calcio.