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Non sto seguendo questi Mondiali. Lo ammetto. La delusione per l’ennesima assenza dell’Italia รจ ancora troppo forte. Da tifoso, vedere il Mondiale senza gli Azzurri mi ha fatto perdere entusiasmo. Ma forse, riflettendoci, anche questo รจ un errore.
Perchรฉ il calcio continua a raccontare storie che meritano di essere ascoltate. E quella di Capo Verde รจ una di queste.
Un arcipelago di poco piรน di mezzo milione di abitanti, una realtร  infinitamente piรน piccola delle grandi potenze del calcio, รจ riuscito a conquistare uno storico passaggio del turno. Un’impresa che va oltre il risultato sportivo e che dimostra come, nel calcio, il blasone non basti piรน. Servono idee, organizzazione, identitร , lavoro e soprattutto fame.
Capo Verde รจ un Paese che ha conosciuto l’emigrazione, le difficoltร  e i sacrifici. Eppure ha saputo costruire un fortissimo senso di appartenenza. I suoi figli, ovunque vivano, continuano a sentirsi parte della stessa comunitร . Quando la nazionale scende in campo, non rappresenta soltanto undici calciatori: rappresenta un popolo intero.
E allora il pensiero corre inevitabilmente all’Italia.
Noi abbiamo una storia calcistica immensa. Quattro Coppe del Mondo, campioni che hanno scritto pagine leggendarie, milioni di praticanti, strutture e una tradizione che tutto il mondo ci ha sempre invidiato. Eppure siamo rimasti fuori dal Mondiale per tre edizioni consecutive. Non puรฒ essere soltanto un problema tecnico.
Forse il nostro errore piรน grande รจ stato un altro: la supponenza.
La supponenza di credere che il passato fosse sufficiente a garantirci il futuro. La supponenza di pensare che bastasse il nome “Italia” per incutere timore agli avversari. La supponenza di sentirci grandi per quello che siamo stati, dimenticando che nel calcio conta soprattutto ciรฒ che sei oggi.
Mentre noi continuavamo a vivere di ricordi, altri Paesi costruivano il futuro. Con meno soldi, meno abitanti e meno storia, ma con piรน programmazione, piรน umiltร  e piรน voglia di migliorarsi.
Capo Verde ci insegna proprio questo: non esistono nazioni troppo piccole per sognare, esistono solo nazioni che lavorano meglio delle altre.
Forse dovremmo smettere di guardare queste realtร  con un pizzico di sufficienza, come se fossero semplici favole destinate a finire. Non sono favole. Sono progetti costruiti con competenza, sacrificio e identitร .
Paradossalmente, pur non avendo seguito questo Mondiale, una delle storie che mi ha colpito di piรน รจ proprio quella di Capo Verde.
Perchรฉ il calcio, ancora una volta, ci ricorda una grande veritร : non vince chi si sente grande. Vince chi continua ad avere l’umiltร  di dimostrare, ogni giorno, di voler diventare.
Complimenti, Capo Verde. La vostra impresa รจ una lezione che va ben oltre il pallone. Ed รจ una lezione che, forse, noi italiani dovremmo avere il coraggio di ascoltare.